Inserito da: maxguitar | 30 Settembre 2007

Patty Larkin: “Tango”

Dal numero 42 di “Late for the Sky” (1999), una recensione di un disco di una cantautrice che all’epoca mi prese molto.
Patty Larkin è una cantante e chitarrista, all’epoca in area Windham Hill; “Late for the Sky” è la rivista sui dischi del passato: informazioni cliccando qui e qui.
Di questa recensione mi piaceva la chiusa, un po’ retorica ma tutto sommato sentita…

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PATTY LARKIN “Tango”
(1991, High Street Records, CD)

È possibile immaginare un approccio femminile alla canzone d’autore che prescinda da Joni Mitchell cantante e chitarrista? Patty Larkin viene dal New England e non ha mai fatto mistero di considerare Joni la sua principale ispiratrice, assieme forse a Paul Simon. Patty ha una storia che inizia nei locali e nei bar, passa attraverso tre dischi per la Philo Records pubblicati nei tardi anni ’80, si dipana lungo un’infaticabile attività dal vivo e si intreccia con quelle di colleghi come David Wilcox e John Gorka, con cui spesso divide palco ed applausi.
“Tango” (che esce nel ’91 per un’etichetta nata da una costola della Windham Hill) la vede arrischiare nuovi percorsi, ma in fondo è il punto di arrivo cui la folksinger Patty Larkin tendeva da sempre. Chi l’aveva seguita nei tour del periodo immediatamente precedente ne aveva misurato i progressi e la crescita, come strumentista e come performer. In questo disco raccoglie l’esperienza e la sensibilità strumentale maturate in anni di lavoro, di spettacoli dal vivo, di studi di jazz e di chitarra. Da diligente autodidatta che era, ora Patty si permette il lusso per pochi di incidere uno strumentale (con una Martin D-18 del ’46, per coloro ai quali questi numeri dicono qualcosa) su un disco pubblicato dall’etichetta di William Ackerman!
Il maggiore dominio dei propri mezzi le consente di realizzare un disco “toglien­do”, anziché aggiungendo. Anche il gruppo dei musicisti si riduce: Patty ormai non ha bisogno di molto di più che la propria voce e la propria chitarra. Ackerman le mette a disposizione alcuni tra i più bei talenti della Windham Hill (Darol Anger al violino, Mike Marshall al mandolino, Michael Manring al fretless) e contribuisce non poco alla chiarezza d’idee che sta alla base dell’album.
Non è solo un manager dotato di fiuto ed un accorto assemblatore di talenti; è anche un musicista che conosce bene il valore delle pause e dei silenzi: Ackerman affianca Patty in fase di produzione e realizza un disco cui certo non si può rimproverare una nota fuori posto. Nulla è superfluo o ridondante, tutto è ridotto all’essenza: non sotto il profilo della complessità, ma della quantità. Talvolta la voce e la chitarra dialogano con il solo basso di Michael Manring (allievo, guarda caso, di Jaco: chi ricorda le collaborazioni di Joni con Pastorius non potrà non avvertire un forte elemento di continuità).
Patty e Ackerman hanno lavorato con coraggio sfrondando e tagliando tutto quanto era di troppo. E pazienza se ad essere sacrificata è la voce di John Gorka, eliminata nel missaggio di “Metal Drums”: ci siamo persi un duetto di lusso, ma il risultato ha l’intensità e la drammaticità del grido di una donna contro i re­sponsabili di un disastro ambientale.
L’album vive di una straordinaria linearità stilistica. Non c’è discontinuità tra le canzoni che esplorano sentimenti e relazioni umane e quelle che si avvicinano alla denuncia e in cui la tinta prevalente è quella dell’in­dignazione. Sarà per la lucida unitarietà della scrittura, tanto ricca di immagini e metafore da essere fortemente visuale e di evocativa concretezza (come in “Used to be”, con un inizio che dice più o meno: “eccolo che arriva come una tonnellata di mattoni…”; o ”Time Was”, dove i colori dello sfondo inquadrano e fanno risaltare gli stati d’animo: “It’s raining, I feel sad…”); o forse sarà per la sensibilità non comune con cui Patty guarda il mondo e le vicende umane, per cui le corde che vibrano di sgomento davanti all’arro­ganza dei potenti e alla debolezza delle vittime indifese sono le stesse che risuonano davanti alle ferite del cuore.
Il lavoro di produzione che tende a ridurre “Tango” alla sua quintessenza sonora non ha un senso superficialmente esteriore, né corrisponde ad un banale capriccio di Mr. Ackerman: è anzi profondamente coerente con lo stile narrativo di Patty Larkin, che riconduce lo sgomento e la solitudine, lo sdegno e la tristezza, i grandi sentimenti e i privati sussulti del cuore al loro denominatore comune, vale a dire la fragilità, il bisogno di esserci e di non esserci da soli.
“Tango” è per i momenti in cui avete voglia di contemplare un acquerello, per tutte le volte che non avete voglia di perdervi in chiacchiere, per i giorni in cui avete sete di un po’ di verità, per quando le cose da dire sono davvero tante, ma manca il fiato per gridare.

Max Giuliani


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