Inserito da: maxguitar | 25 Settembre 2007

Tony Bird: “Bird of Paradise”

Dalle recensioni di dischi del passato che scrissi per Late for the Sky (l’ho già detto ma lo ripeto: informazioni sulla rivista le trovare cliccando qui e qui), ecco “Bird of Paradise” di Tony Bird.
Tony Bird è un cantante dalla suggestiva voce acidula, che scoprii attraverso qualche rivista straniera.
Rileggendo oggi quello che scrivevo, confermo la meraviglia suscitata da quel lavoro; ma giuro che non scriverò mai più frasi come “si evidenziavano i prodromi”…
La recensione uscì sul numero 45 della rivista, dell’anno 2000.

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TONY BIRD: “Bird of paradise”
(1978, CBS, l.p. CSPS 1809)

Mettiamola così: ci sono due generi di contaminazioni. Quelle che nascono da un calcolo razionale e deliberato (dove la parola “calcolo”, ci mancherebbe altro!, non ha necessariamente una connotazione turpe e sospetta), magari anche sotto la spinta di una tensione morale e politica generosa ed autentica; e ci sono quelle che nascono dall’esperienza, dai viaggi, dalla curiosità e dal fatto che nella vita, spesso e volentieri, le carte si mescolano. Non per una motivazione intellettuale, ma semplicemente perché va così.
Late for the Sky n. 45In Tony Bird, ad esempio, la mescolanza di suoni e colori di diverse origini ha la tensione di una ricerca personale.
Nato e cresciuto ai piedi del monte Zomba nel Malawi da una famiglia della minoranza bianca, ha sempre nutrito la sua ispirazione del contatto con la selvaggia savana dell’Africa sudorientale e con gli altopiani rocciosi che fanno da cornice alla Rift Valley, oltre che con la musica e con le storie che ascoltava da bambino.
Studiò in Rhodesia (oggi Zimbabwe), ma soprattutto suonò nella rock’n’roll band del suo istituto.
Nei primi ’60 si spostò in Inghilterra per proseguire gli studi, e di lì in Scozia. Il giovane Tony a quel punto cominciava a seguire il richiamo della musica (in Gran Bretagna si evidenziavano i prodromi di quelli che sarebbero diventati il folk revival e la protesta) più che i suoi progetti di studio e lavoro.
Il conflitto interiore tra le due scelte riflette la crisi d’identità di un giovane che dall’Africa cerca di piantare radici nella vecchia Europa. Il richiamo di quanto sta accadendo nel vecchio continente in quel periodo è troppo forte per far finta di niente; e il giovane Tony cerca una strada tra quella parte di sé che guarda all’Africa e quella che sente comunque un legame d’appartenenza con il mondo occidentale.
Trova un lavoro su una nave per misurazioni geofisiche. Per cinque anni gira il mondo in lungo e in largo, scrive musica e assorbe influenze culturali e musicali in giro per l’Asia, il Nord Europa, il bacino mediterraneo e le coste africane.
Approdato nel ’70 in Madagascar, decide di tornare a casa rivendicando la sua maturità artistica e la sua nuova identità di figlio orgoglioso di quei posti, ma completamente immerso nella pluralità di influenze raccolte in giro per il mondo.
Inizia un lungo giro dei club, e comincia a dar voce alla sua musica che mette insieme stili africani e il tesoro del folk e del blues che ha riportato con sé dai suoi viaggi. “Bird of Paradise” è il suo secondo album, pieno di quella tensione ideale e di quella poesia che vengono dal folk rock anglofono.
È stato detto che Tony Bird somiglia ad una via di mezzo tra Bob Dylan e Eddie Grant. Definizione bizzarra, ma la faccio mia: rende abbastanza bene l’idea della voce scabra e nasale di Bird così vicina al folk americano (prendete “The cape of flowers” e ditemi se non è “We shall overcome” bagnata nelle acque dello Zambesi…), ma così a proprio agio sulle poliritmie afro-reggae di “Bird of Paradise”.
Qualcuno, di tanto in tanto, lo scambia per un artista sudafricano (tanto nelle sue canzoni è presente il dramma di quella regione), ma, come spiega al “Washington Post” in un’intervista del 1984, “ la parte della protesta nelle mie canzoni era destinata ad attirare una certa attenzione, ma la mia musica si è nutrita della vita in Inghilterra e negli Stati Uniti, oltre che dei tanti viaggi. Eppure l’accento principale in essa, così come la mia identità, viene ancora dall’Africa… è una miscela, insomma”.
Qualche anno dopo arriverà Paul Simon con il bellissimo “Graceland” (a lui pensavo quando, all’inizio, parlavo di differenti approcci alla contaminazione), ma pochi si avvedono che quella strada, che ora appare così ovvia, è stata in realtà già percorsa, e da tempo.
Tutta l’enfasi degli anni ‘80/’90 sulla musica africana non ha fruttato molto a Tony Bird: “Bird of Paradise”, a quanto mi risulta, è stato seguìto da un solo episodio (a distanza di dodici anni!) per la Philo Records, nonostante un’intensissima attività live negli Stati Uniti e in Canada. Forse perché, a differenza di tanta etnopaccottiglia in circolazione, questa è davvero musica del mondo o, come si usa dire in italiano, “world music”: perché dentro ci trovate la savana africana e i bar di New York, perché la musica di Tony Bird è realmente il crocevia delle sue diverse anime. Il fatto è che un disco come “Bird of Paradise” ha quella ruvidità e quella verità che alloggiano più nei dischi dei songwriters che preferiamo che nelle mollezze tanto care a questi anni di plastica. Teniamocelo stretto.
Non mi risultano ristampe in cd.

Max Giuliani



Risposte

  1. certo che ci sono i CD di Tony Bird
    ci sono eccome…

    Aldo


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