Inserito da: maxguitar | 25 Settembre 2007

Luka Bloom: “The acoustic motorbike”

Ecco un’altra delle recensioni di “dischi del passato” che ho scritto per la rivista Late for the Sky (di cui trovate notizie in due differenti siti web: cliccate qui e qui).Si tratta di un disco che credo ebbe poca diffusione in Italia e che conobbi attraverso la rivista americana “Acoustic Guitar”.
La recensione uscì sul numero 39 della rivista, l’anno era il 1999.

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LUKA BLOOM: “Acoustic motorbike”
(1992, Reprise / Warner, c.d. 9 26670-2)

Luka Bloom: chi era costui? Sì, d’ac­cordo, un cantautore e chitarrista ir­landese dalla spiccata dimesti­chezza con le raffi­natezze delle accordature aperte; ma qual è la vera identità di questo personaggio che ha preso il nome da una canzone di Suzanne Vega e il cognome dall’”Ulisse” di Joyce?
Il suo vero nome è Barry Moore e, se ancora non vi dice nulla, aggiungo che si tratta di uno di quei “fra­telli d’arte” cui è toccato di vi­vere all’ombra di un pa­rente troppo importante e talentuoso (il fratellone Chri­sty, nel suo caso).
Dopo aver lavorato per anni come bril­lante chitarrista fingerstyle, ha dovuto an­ch’e­gli, come tanti illustri col­le­ghi, fare i conti con una terri­bile tendi­nite (orrenda malattia profes­sionale dei fingerpicker: un po’ come i piedi piatti per i camerieri e il narcisismo per i direttori di settimanali rock). La leggenda vuole che il buon Barry conti­nuasse a tenere con­certi, con grande fatica e con l’ausilio di un catino d’acqua ghiacciata sempre a portata di ma­no nel back­stage: ogni due o tre pezzi correva ad immergervi i polsi e via!, tornava sul palco come se niente fos­se. Una vitaccia, in­somma. Ma il ghiaccio e la fisiote­rapia non gli evita­rono di in­terrompere una carriera che aveva prodotto anche un paio di album, si dice, al­meno discreti.
Trascorsi lontano dal palco alcuni anni, durante i quali mise a punto una tec­nica chitarristica che gli per­metteva di imbracciare lo strumento pur risparmiando ai tendini uno stress eccessivo, riapparve all’inizio degli anni ‘90 con l’album “Riverside”, se­guìto da questo “The Acoustic Motorbike”.
Il fingerpicking non c’è più, e nean­che il vecchio nome. Barry Moore rina­sce nelle vesti di Luka Bloom, podero­so chitarrista che sfodera un robusto strumming per ac­compa­gnare con il plettro delle canzoni sull’accorda­tura DADGAD, prova di laurea dei migliori chitarristi folk, e qui piegata ad un utilizzo che non si era mai visto prima.
Nonostante la spiccata attitudine ritmica e i testi che traggono nutrimento dal­l’at­tua­lità, anche da quella più cruda e dolorosa, la sua predilezione per la pulizia dei suoni e l’uso delle accorda­ture aperte gli permettono di sfrut­ta­re il momento particolarmente felice per i chitar­risti acu­stici, da quelli della Windham Hill ai loro superficiali epigoni. Luka Bloom si guada­gna ben presto un posticino nel cuore dei fans di Michael Hedges e Alex De Grassi, e la stam­pa spe­cializzata americana prende a seguirlo con interesse.
“The Acoustic Motorbike”, però, ha poco in comune con le chitarre meditabonde della nuova musica acu­stica, e più che Windham Hill qui ci sono U2 e Simple Minds. Già dal tito­lo si capisce dove l’album va a parare: se lo strumento è acustico, il motore è di quelli che rombano, eccòme!
Per essere chiari: “Motorbike” non è un disco di valore assoluto. Al contrario, ha al­cu­ni punti deboli e una patina che, alla lunga, stanca. Però contiene alcuni momenti che ci fanno im­maginare cosa avrebbe potuto darci la chitarra negli anni ‘90 se non avesse scelto, troppo spesso, di seguire la vacuità degli estetismi New Age, di certa fi­losofia da grandi magazzini e di certa musica americana noiosa e fighetta.
“Mary watches everything” è la prima canzone, e possiede un’armonia dilatata dai cu­riosi accordi co­struiti su quella complessa accordatura. Il ritmo è trascinante e la voce crea la tensione giusta. Molto bella. Seguo­no “You” e “I believe in you”, che consentono a Luka di sfoderare una voce potente e personale.
“I need love” è una cover del brano omonimo di L.L. Cool J, e la voce, fino ad ora evocativa e languida, affonda a cercare le frequenze più basse ed inquietanti, come nella ti­tle track, che immagino avere una grande resa live.
Tracce successive degne di nota sono “Can’t help falling in love with you”, cover del succes­so degli anni ‘60, che però qui ricorda più Brian Ferry che Elvis Presley, e “Bridge of sorrow”: quanto mai lontano dalle atmo­sfere bucoliche e traso­gnate della coeva musica strumentale, il testo di quest’ultima af­fonda il dito nella piaga sanguinante del disagio e dell’autodistrutti­vità giovanile.
In definitiva il disco potrebbe piacere un bel po’ a chi ama certi aspetti del rock in­glese degli anni 80, al quale Bloom tende vigorosamente, e di cui, a mio avviso, fa proprie anche alcune delle caratteristiche deteriori. I cultori della sei corde, dopo aver apprezzato l’ap­proc­cio colto di Pierre Bensusan, troveranno in “Motorbike” l’altra faccia della chitarra elet­tro­a­custica accordata in “re sospeso”. Bloom è uno che sa scrivere, e possiede uno sfron­tato pi­glio roc­kettaro. Peccato per quel retrogu­sto dolciastro che dà l’impressione di man­dar giù una birra analcolica: rinfre­sca, ne puoi be­re a vo­lontà e magari non ingrassa… ma per una serata emozionante – vuoi mettere? – molto me­glio le vecchie sane abitu­dini.

Max Giuliani


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