Ecco un’altra delle recensioni di “dischi del passato” che ho scritto per la rivista Late for the Sky (di cui trovate notizie in due differenti siti web: cliccate qui e qui).Si tratta di un disco che credo ebbe poca diffusione in Italia e che conobbi attraverso la rivista americana “Acoustic Guitar”.
La recensione uscì sul numero 39 della rivista, l’anno era il 1999.
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LUKA BLOOM: “Acoustic motorbike”
(1992, Reprise / Warner, c.d. 9 26670-2)
Luka Bloom: chi era costui? Sì, d’accordo, un cantautore e chitarrista irlandese dalla spiccata dimestichezza con le raffinatezze delle accordature aperte; ma qual è la vera identità di questo personaggio che ha preso il nome da una canzone di Suzanne Vega e il cognome dall’”Ulisse” di Joyce?
Il suo vero nome è Barry Moore e, se ancora non vi dice nulla, aggiungo che si tratta di uno di quei “fratelli d’arte” cui è toccato di vivere all’ombra di un parente troppo importante e talentuoso (il fratellone Christy, nel suo caso).
Dopo aver lavorato per anni come brillante chitarrista fingerstyle, ha dovuto anch’egli, come tanti illustri colleghi, fare i conti con una terribile tendinite (orrenda malattia professionale dei fingerpicker: un po’ come i piedi piatti per i camerieri e il narcisismo per i direttori di settimanali rock). La leggenda vuole che il buon Barry continuasse a tenere concerti, con grande fatica e con l’ausilio di un catino d’acqua ghiacciata sempre a portata di mano nel backstage: ogni due o tre pezzi correva ad immergervi i polsi e via!, tornava sul palco come se niente fosse. Una vitaccia, insomma. Ma il ghiaccio e la fisioterapia non gli evitarono di interrompere una carriera che aveva prodotto anche un paio di album, si dice, almeno discreti.
Trascorsi lontano dal palco alcuni anni, durante i quali mise a punto una tecnica chitarristica che gli permetteva di imbracciare lo strumento pur risparmiando ai tendini uno stress eccessivo, riapparve all’inizio degli anni ‘90 con l’album “Riverside”, seguìto da questo “The Acoustic Motorbike”.
Il fingerpicking non c’è più, e neanche il vecchio nome. Barry Moore rinasce nelle vesti di Luka Bloom, poderoso chitarrista che sfodera un robusto strumming per accompagnare con il plettro delle canzoni sull’accordatura DADGAD, prova di laurea dei migliori chitarristi folk, e qui piegata ad un utilizzo che non si era mai visto prima.
Nonostante la spiccata attitudine ritmica e i testi che traggono nutrimento dall’attualità, anche da quella più cruda e dolorosa, la sua predilezione per la pulizia dei suoni e l’uso delle accordature aperte gli permettono di sfruttare il momento particolarmente felice per i chitarristi acustici, da quelli della Windham Hill ai loro superficiali epigoni. Luka Bloom si guadagna ben presto un posticino nel cuore dei fans di Michael Hedges e Alex De Grassi, e la stampa specializzata americana prende a seguirlo con interesse.
“The Acoustic Motorbike”, però, ha poco in comune con le chitarre meditabonde della nuova musica acustica, e più che Windham Hill qui ci sono U2 e Simple Minds. Già dal titolo si capisce dove l’album va a parare: se lo strumento è acustico, il motore è di quelli che rombano, eccòme!
Per essere chiari: “Motorbike” non è un disco di valore assoluto. Al contrario, ha alcuni punti deboli e una patina che, alla lunga, stanca. Però contiene alcuni momenti che ci fanno immaginare cosa avrebbe potuto darci la chitarra negli anni ‘90 se non avesse scelto, troppo spesso, di seguire la vacuità degli estetismi New Age, di certa filosofia da grandi magazzini e di certa musica americana noiosa e fighetta.
“Mary watches everything” è la prima canzone, e possiede un’armonia dilatata dai curiosi accordi costruiti su quella complessa accordatura. Il ritmo è trascinante e la voce crea la tensione giusta. Molto bella. Seguono “You” e “I believe in you”, che consentono a Luka di sfoderare una voce potente e personale.
“I need love” è una cover del brano omonimo di L.L. Cool J, e la voce, fino ad ora evocativa e languida, affonda a cercare le frequenze più basse ed inquietanti, come nella title track, che immagino avere una grande resa live.
Tracce successive degne di nota sono “Can’t help falling in love with you”, cover del successo degli anni ‘60, che però qui ricorda più Brian Ferry che Elvis Presley, e “Bridge of sorrow”: quanto mai lontano dalle atmosfere bucoliche e trasognate della coeva musica strumentale, il testo di quest’ultima affonda il dito nella piaga sanguinante del disagio e dell’autodistruttività giovanile.
In definitiva il disco potrebbe piacere un bel po’ a chi ama certi aspetti del rock inglese degli anni 80, al quale Bloom tende vigorosamente, e di cui, a mio avviso, fa proprie anche alcune delle caratteristiche deteriori. I cultori della sei corde, dopo aver apprezzato l’approccio colto di Pierre Bensusan, troveranno in “Motorbike” l’altra faccia della chitarra elettroacustica accordata in “re sospeso”. Bloom è uno che sa scrivere, e possiede uno sfrontato piglio rockettaro. Peccato per quel retrogusto dolciastro che dà l’impressione di mandar giù una birra analcolica: rinfresca, ne puoi bere a volontà e magari non ingrassa… ma per una serata emozionante – vuoi mettere? – molto meglio le vecchie sane abitudini.
Max Giuliani

