
Rory Block da roryblock.com.
Quella che segue è una lunga intervista che Rory Block ha pubblicato sul suo sito. L’intervistatore non ha nome: o meglio, le domande provengono da numerose interviste, cucite insieme per rispondere agli interrogativi che Rory si sente rivolgere più di frequente.
Mi piacciono i racconti di quei musicisti che quando parlano di sé raccontano un genere, un’epoca, una storia: è quello che ho trovato in questa lunga conversazione.
Il testo è molto lungo, così ne pubblico qui la prima parte: appena pronta l’intera traduzione, posterò la seconda metà.
Ho cercato di tradurre con attenzione e, quando ci voleva, con una certa puntigliosità: poiché d’altronde tutto è migliorabile – e la differenza fra un blog e la carta stampata è la possibilità di tornarci su – chiunque volesse segnalarmi imprecisioni o miglioramenti possibili è benvenuto.
Grazie alla redazione di roryblock.com che mi ha concesso gentilmente di pubblicare la traduzione dell’intervista.
Grazie al forum di wordreference.com, un supporto preziosissimo nella traduzione.
Le foto vengono dal sito roryblock.com e possono essere viste nelle dimensioni originali, insieme a molte altre, in questa pagina.
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Quando sei nata?
Il 6 novembre 1949.
Dove?
A Princeton, New Jersey.
Dove sei cresciuta?
Ho passato il primo anno di vita in una piccola baracca sulla collina a Neshanic, nel New Jersey. Era abbastanza rudimentale, non c’erano tubature, c’era un pozzo fuori nell’erba, un gabinetto all’aperto e cose del genere. I miei genitori erano probabilmente i primi “hippie” al mondo. Ho ricordi dolci di quella casa, dal momento che ci tornammo molte volte negli anni successivi e sembrava ancora più piccola ogni volta, la strada d’accesso ancora più infinita e soffocata dall’erba, il bosco più fitto e lontano.
Quando ero bambina ci trasferimmo a New York City in un quartiere noto come “Little Italy”. Allora era quasi una piccola città europea. Ora quella zona è conosciuta come SoHo, ma in quei giorni non avevamo boutique, ristoranti di lusso e le star che passeggiavano per la strada. Per lo più ragazzini in bicicletta e tate che spingevano passeggini. C’erano circoli per uomini, panetterie italiane e drogherie.
Dove vivi oggi?
All’inizio sapevo di dover andar via dalla città. Avevo un bambino di tre anni e sentivo il bisogno di spazio, di luce e di verde per crescerlo. Ci trasferimmo ad Upstate New York e siamo lì da allora. In un primo momento è stata dura adeguarci alla differenza di energia, alla calma, alla quiete, alla mancanza di negozi di alimentari aperti ventiquattr’ore.
C’è stato un periodo in cui andavo e venivo regolarmente. Lo chiamavo “ricaricare le batterie”. Ma ora sento di essere tornata a casa in un luogo al quale appartengo realmente. Si è scoperto che la famiglia di mia madre, che non ho mai conosciuto, viveva proprio in questa zona. Anni dopo la morte di mia madre ho conosciuto un certo numero di suoi cugini e ho scoperto legami della mia famiglia con questa zona che risalgono a parecchio tempo addietro.
Ci dici qualcosa sulle tue prime esperienze nella musica? Cosa ti ha ispirato a cominciare a suonare la chitarra?
Quando ero molto giovane mia madre cantava per me all’ora di andare a dormire e mio padre spesso la sera suonava il banjo o il violino. Ho imparato che la musica era importante e centrale in tutto: in particolare aveva un potente valore terapeutico e creava un senso di pace e tranquillità. Questo per me era eccezionale, dal momento che sentivo che il mondo era precario e pericoloso, e la musica mi forniva quei momenti di vera pace e sicurezza.
A dieci anni improvvisamente mi venne l’ispirazione di suonare la chitarra, così raccattai la vecchia Galiano di mia madre e cominciai a tirar fuori “Froggy Went A Courtin’”. Da quel momento io e la chitarra diventammo praticamente una cosa sola. Non facevo altro che suonare. Ho una foto dove sono al campo estivo, avevo dieci anni. I miei amici sorridevano alla macchina fotografica, io guardavo verso la mia chitarra.
A dodici anni cominciai ad accompagnare mio padre che suonava il violino, suonando la chitarra nel vecchio “Carter Family style” con un sacco di veloci giri di accordi. Scoprii che le corde di acciaio avevano più potenza e versatilità che quelle di nylon per gli stili blues e country, e la povera vecchia classica Galiano dovette sopportare l’eccessiva tensione delle corde metalliche, al punto che il manico cominciò a incurvarsi. Ciò probabilmente ha contribuito a rendere le mie dita un po’ più robuste perché dovevo veramente lottare con la chitarra per premere le corde sul tasto…
Dicci del Greenwich Village negli anni 60 e del Sandal Shop di tuo padre sulla West 4th Street che divenne un punto di incontro per i musicisti acustici di tutta la città…

Negli anni sessanta il Village era una quartiere con l’atmosfera di una piccola cittadina. Tutti si conoscevano. Potevi contare di ritrovare, anno dopo anno, gli stessi vecchi ristoranti, i negozi, le pizzerie. Lo chef del breakfast place di lì sapeva bene come desideravi le tue uova o il caffé… cose del genere. Ma naturalmente è cambiato e ora è molto più anonimo e affollato, proprio come da qualunque altra parte.
La prima grande scena musicale iniziò a Washington Square Park negli anni sessanta. Allora tutti avrebbero voluto mettersi insieme e suonare.
Era un periodo davvero fantastico, con una quantità incredibile di energia dappertutto. Era il periodo in cui Bob Dylan, Joan Baez, Pete Seeger e molti altri grandi artisti cominciavano ad affermarsi. Un giorno entrai nel negozio di mio padre e vidi seduto un tipo pallido, con l’aria dell’artista, con un piccolo cappello e lunghe unghie, che teneva una chitarra. Quando se ne fu andato, mio padre mi disse che era un musicista e poeta, ma che non voleva avere a che fare con le pressioni del business e che voleva solo restare coerente con la sua arte e la sua poesia. Era Bob Dylan.
Tempo dopo mi disse che aveva visto una grande cantante in un piccolo club del Village, con una voce che aveva il potere di commuoverti. Mi disse “Occhio, questa ragazza diventerà molto famosa”. Era Joan Baez.
Mio padre voleva portarsi il violino al lavoro e ogni giorno posava i suoi attrezzi per il cuoio e si metteva a suonare. Inutile dirlo, il suono della musica per violino degli Appalachi che aleggiava per le strade sulla West 4th e la Jones [1] attirava l’interesse della gente che passeggiava per la strada, e ben presto si spargeva la voce di portare gli strumenti e di accorrere. Sabato pomeriggio era il gran giorno in cui si radunavano i musicisti e spesso c’erano folle che si accalcavano in strada, persone che allungavano il collo per dare un’occhiata alla miglior musica dal vivo che si potesse ascoltare gratis. C’erano veri musicisti: David Grisman, Maria Muldaur, Frank Wakefield, Eric Weissberg, Roger Sprung, John Herald, Jodie Stecker e molti altri erano presenti di frequente. Avevo circa 12 o 13 anni all’epoca, mi buttavo nella mischia e urlavo con la mia chitarra. Spesso domandavano a mio padre se mi avesse costretto ad esercitarmi. “Come ha fatto a riuscire così bene?” gli chiedevano. Ma non c’era nessuno che mi dicesse di allenarmi, io vivevo e respiravo la chitarra. Molte delle cose che ho imparato le ho imparate in quel periodo e non ho mai più avuto la stessa attenzione e la concentrazione di quel periodo in nessun altro momento della mia vita.
Quando sei venuta a conoscenza del blues?
La prima volta ho ascoltato Stefan Grossman suonare la chitarra ragtime a Washington Square Park nel 1964. Avevo 14 anni. Me regalò un disco intitolato “Really The Country Blues” e quello fu l’inizio della mia storia d’amore con la musica.
Dev’essere stato una profonda emozione incontrare e suonare con i maestri del blues come Son House, Rev. Gary Davis, Mississippi John Hurt e altri. Credi che ti abbia portato alla grande infatuazione della tua vita col country blues?
Ero già infatuata del country blues prima di incontrare qualcuno dei maestri, ma non c’è dubbio che incontrarli in carne ed ossa è stato un’incalcolabile ispirazione e mi ha aiutato a cementare la mia conoscenza e la passione per la musica.
All’epoca ero amica di un gruppo di musicisti e studiosi che erano impegnati nella riscoperta dei vecchi maestri del blues, che andavano di porta in porta in cerca di qualche notizia dalle loro parti. In tal modo, rintracciarono un bel numero di vecchi musicisti e li portarono al nord per dei concerti.
Durante quel periodo ebbi la fortuna di incontrare Son House, Bukka White, Mississippi John Hurt, Fred McDowell, Skip James, Reverend Gary Davis e altri. Ecco alcuni dei miei ricordi…
Reverend Gary Davis: lo incontrai nella sua casa nel Bronx. Stefan lo conosceva da qualche tempo ed era solito guidarlo sul palco per i suoi spettacoli. Il reverendo era un genio della chitarra e aveva un cervello affilato e sagace. Il suo senso dell’umorismo era dirompente, e continuava a tenere Stefan sulle spine con i suoi commenti! Diceva a Stefan che si dava da fare con le bambine (he had robbed the cradle), dal momento che avevo quindici anni e dovevo avere un aspetto decisamente infantile. Ma tieni presente che anche Stefan allora aveva solo diciannove anni.
Ma io non ci pensavo, stavo soltanto lì seduta a guardarlo suonare. Lo stile di insegnamento del Reverendo non consisteva nel prendere delle frasi (licks) separate o nello spiegare qualcosa: lui suonava per te e tu dovevi correre come il vento per stargli dietro.
Venne anche a trovarmi nel nostro appartamento in città, ed ebbi l’occasione di ritrarlo mentre stava stravaccato alla sua maniera col sigaro che bruciava lentamente. La mano di Stefan era sempre tesa per raccogliere la cenere.
Skip James: Stefan e io andammo a trovare Skip James in ospedale quando aveva il cancro, e non ho mai visto una manifestazione più grande di sofferenza silenziosa.
Avevo i brividi davanti a lui, il suo umore e la sua personalità si accompagnavano bene alle emozioni infuocate della sua musica. Mi veniva in mente la vecchia versione di “Death Don’t Have No Mercy” di Reverend Gary Davis.
Mississippi John Hurt: passammo da Mississippi John Hurt nella sua casa a Washington, DC, dove ci accolse con la tipica ospitalità del Sud. Il suo atteggiamento era incredibilmente schivo e dolce, era un gentiluomo in tutti i sensi. Quando suonammo insieme “Frankie & Albert” ero sbalordita dalla bellezza forte e semplice del suo modo di suonare. Mio padre diceva sempre che la musica non ha a che fare con la velocità fulminante ma col sentimento e con la forza delle singole note; e Mississippi John incarnava questa lezione mentre si dondolava avanti e indietro, muovendo le spalle da sinistra a destra seguendo il ritmo. Aveva anche un malizioso senso dell’umorismo e ci offriva sempre del caffé Maxwell House: diceva “Buono fino all’ultima goccia!” [2] con un sorriso beffardo.
Son House: sedere nella stessa stanza con Son House era profondamente commovente e impressionante. È stato per me il maestro del blues più influente. Direi che sull’espressione e sul comunicare passione ho imparato più da Son House che da chiunque altro. Non aveva lo spirito di Rev. Gary Davis, era una figura molto più severa. Sapere che stavo nella stessa stanza con un uomo che aveva frequentato Robert Johnson era roba da pelle d’oca. Ho suonato “Future Blues” di Willie Brown per lui e continuava a domandarmi dove avessi imparato a suonare così.
Fred McDowell: ho passato un bel po’ di tempo con Fred McDowell quando stava nella nostra casa a Berkeley, California. Aveva un gran carattere e sembrava proprio più giovane di Son, Reverend, Mississippi John e Skip. Suonammo insieme a un incontro a “microfono aperto” [3] e a un certo punto qualcuno se ne uscì e gridò “Ma suona come un uomo!”. Ero incredula… cosa voleva dire? Perché dalle donne non ci si aspetta che possano suonare così? Proprio non riuscivo a capire.
Bukka White: incontrai Bukka White in un piccolo jazz club di New York. Era robusto e poderoso, e colpiva la chitarra proprio con violenza. Stranamente non ho mai apprezzato a pieno il suo stile fino a qualche tempo fa, quando ascoltai un vecchio cd antologico e lo scambiai per Blind Willie Johnson. D’un tratto mi accorsi del suo potente ruggito e del suo incredibile slide. Era maestro nel suonare, cantare e parlare nello stesso tempo.
Non credo che quei vecchi bluesmen che hanno vissuto tutta la vita sotto il peggiore tipo di razzismo e di separatismo potessero davvero comprendere perché la gente bianca fosse tutt’a un tratto interessata alla loro musica. Ho sempre avuto la sensazione che Son, Mississippi John e Skip James fossero sconvolti da tutto questo, come se dovessero darsi un pizzicotto per svegliarsi.
La gente ti domanda ripetutamente la stessa cosa: “Perché una giovane donna bianca di New York City suona il blues nero del Sud rurale del 1930?”, e tu rispondi sempre “Non è la tua pelle, è la tua anima!”. Eppure non posso non notare che la maggior parte delle ragazze della tua età ascoltavano i Beatles e i Rolling Stones, non quei vecchi 78 giri graffiati di Willie Brown. Cosa pensi ti abbia attratta verso quella musica?
Faccio sempre un’analogia con l’innamorarsi. È un mistero. Chi sa dire perché siamo attratti verso certe cose o perché esse risuonino con noi? È il mistero del perché siamo quelli che siamo. So solo dire che suonava come la musica più evocativamente bella che avessi mai ascoltato e che parlava a quel che c’era nel mio cuore. Potrei elencarti vari eventi di vita ed esperienze che ho avuto, per sforzarmi di convincerti che ho “il diritto di cantare il blues”, ma in fin dei conti non spiegherebbe niente. È qualcosa di più profondo, arriva giù fino all’anima. Siamo dello stesso seme e l’ispirazione non è limitata dal colore della pelle.
C’è anche da considerare che da giovane ero esposta e circondata dalla musica roots. Ho incontrato i maestri del blues in persona e ho imparato direttamente da loro. Penso sia il modo in cui ogni genere di arte e ispirazione si tramanda da persona a persona.
Non vorrei dimenticare che in effetti ero una fan dei Beatles e dei Rolling Stones. Quando ascoltai gli Stones cantare “Just’a walkin’ the dog!” ero completamente impressionata. Era ovvio che erano musicisti che amavano il blues!
Che parte hanno avuto gli interessi musicali di tuo padre nel farti cominciare?
Mio padre è stato certamente una parte importante della mia iniziazione alla musica. Immagino che mi sentissi nel solco della tradizione di famiglia. Sembrava davvero naturale essere musicista, come era naturale che chiunque intorno a me lo fosse. Metteva su i dischi dei grandi artisti “old timey” come Roscoe Holcomb, Gid Tanner, Charlie Poole ed altri, e quella è la musica con cui effettivamente ho cominciato, oltre alla chitarra classica che ho studiato fra gli otto e i dieci anni.
Mia madre era una grande cantante. Aveva anche vecchi dischi in giro per casa, specialmente Leadbelly e McKinley Morganfield (il primo Muddy Waters), e quello è probabilmente il mio primo ricordo di aver ascoltato del blues. Mi sono sempre domandata dove avessi preso certe capacità vocali, e poi anni dopo aver registrato blues, r&b, soul music, trovai per caso una vecchia registrazione che mia madre aveva fatto a quindici anni. Era una situazione tipo “metti piede nello studio e canta immediatamente”, e lei cantava in maniera struggente una vecchia canzone blues. È stato un colpo, credevo di ascoltare me stessa.
Quali sono le tue influenze musicali e chi l’ispirazione maggiore?
Ci sono parecchie influenze nella mia musica, non solo blues. R&B, Motown, gospel, old timey, jazz, anche la musica classica, sono parte di quel che faccio. Ho iniziato con la classica, poi il country, poi ho cominciato ad ascoltare intensamente la Motown e il gospel. I miei primi tentativi come songwriter erano soul. Aretha Franklin, Curtis Mayfield, Wilson Pickett, Gladys Knight, James Brown, Otis Redding, Marvin Gaye e Fontella Bass sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente come divinità del soul e della Motown; Robert Johnson, Tommy Johnson, Bessie Smith, Ma Rainey, Memphis Minnie, Willie Brown, Charlie Patton, Son House e altri mi vengono in mente come gli dei del blues. La grande maggioranza delle mie influenze vengono da soul, blues e gospel e, per quanto mi riguarda, in quei tre magnifici stili si trova qualcosa della migliore vocalità al mondo.
E poi sono stata fortemente influenzata da splendidi cantanti country come Roscoe Holcomb, e anche dagli stilisti del canto bluegrass. La prima country music era ricca di anima e di feeling e il cantato era impreziosito con grande abilità e capacità. Allison Krauss e Ricky Skaggs mi vengono in mente come esempi di persone che avevano una evidente venerazione per queste fonti.
Ho letto che dicevi al pubblico che sarebbe arrivato un “blues revival” prima di poterne avere qualche prova, perché “credevi nel potere delle idee”. Che genere di ruolo senti di aver giocato nel portare il blues nella consapevolezza del pubblico?
Avendo iniziato la carriera fra chi mi gridava “Non ce la farai a suonare il blues! Non ce la farai!”, mi sono preparata ad affrontare un periodo cupo. Alla fine cominciai a provare disgusto per il modo in cui il blues era costantemente marginalizzato, e decisi letteralmente che ogni sera sarei uscita e avrei dato il 200% di amore e passione alla mia musica e l’avrei resa importante. Così anni fa questo divenne il mio scopo (affrontando certe volte teatri semivuoti Dio sa in che posto…), scuotere quei cinque o sei che attraversavano ghiaccio e neve finché dimenticassero quel modo superficiale di pensare al successo o al fallimento “commerciale”, tornassero a casa e dicessero “Amico, non sai cosa ti sei perso l’altra sera!”. Pensavo che presto o tardi avrebbe pagato. Decisi di comportarmi con dignità. Decisi di esultare e comportarmi da vincitrice. Era quasi una guerra per me. Se la gente mi ignorava, mi rimettevo a combattere e davo qualcosa di più. Pensavo che alla fine se ne sarebbe parlato. E ora sai che andò così. Suppergiù dieci anni fa improvvisamente realizzai che riempivo i teatri, che non era più una coincidenza. E chi può dire che parte ho avuto ripetendo continuamente, anno dopo anno, “Il blues conoscerà un importante revival” anche quando non avevo le prove che sarebbe stato così. Mi piace pensare che ho avuto un ruolo in tutto ciò, ma in realtà fu uno sforzo congiunto fra tutti gli artisti blues che nel mondo stavano lavorando duramente. Se facessi dei nomi, finirei col lasciare fuori qualcuno di importante, dunque meglio riconoscere il merito a tutti noi, noti e sconosciuti.
Quanti concerti fai all’anno?
Comincio col dire che in verità nel mio primo tour passavo il tempo a prendere a calci e a urlare contro la mia macchina. Mi dicevano “salta su, il tour è prenotato ed è ora di andare”. Il primo giorno piansi tutto il tempo. Non mi piace mai partire, è sempre un trauma per me. Detto questo, sottolineerei che nel corso degli anni sono arrivata ad amare lo spettacolo. Da timida e depressa che ero, diventai una vera combattente. Per quasi dieci anni viaggiai così intensamente che sembrava che non fossi mai a casa. Un anno feci 250 concerti con suppergiù soltanto una settimana passata a casa prima di ripartire. Un paio di volte stetti proprio male, così realizzai che mi stava ammazzando e decisi di darci un taglio. Mi sono tirata fuori per otto mesi ma poi mi sono sentita rinvigorita e ho voluto tornare on the road. Se tutto va per il verso giusto, le sale, i conti, la squadra e tutto il resto, amo veramente andare in tour perché mi diverto molto sul palco. In effetti la frequenza con cui sono on the road varia enormemente di anno in anno, in base a numerosi fattori. Sai, quando non mi vedi lì fuori è perché ho deciso di restare a casa. La mia casa discografica mi disse un anno fa “Vedi, sei così affermata che potresti tirarti fuori per un anno e non intaccherebbe minimamente la tua carriera”. Sembrava una bella cosa, eliminava la pressione che sentivo di solito. So di aver pagato dei prezzi considerevoli, e ora devo essere sicura di non distruggere anche me stessa.
Hai ricevuto critiche entusiastiche per i tuoi spettacoli dal vivo, molti dicono che di persona sei meglio che su disco. Cos’è che ti ispira nel suonare dal vivo?
Prendo dosi massicce di energia dagli spettatori, e non importa di che umore posso essere, nel giro di una o due canzoni sono sempre connessa con loro e da lì la sensazione di essere fra amici prende davvero il sopravvento su di me e mi apro. Non ho mai una scaletta, e il risultato è che ogni spettacolo è diverso. C’è un senso di suspense, di ignoto. Uso il pubblico come guida, sento il suo umore e ne prendo gli spunti. Questa è una delle ragioni per cui odio suonare nello stesso posto per due sere: perché mi priva di questo particolare bisogno di spontaneità. Perdo decisamente freschezza se so cosa aspettarmi.
C’è chi pensa che la vita di un artista sia tutta lussi: viaggi per bellissime città, vedi belle cose, sei adorata dai fan… eppure molti artisti hanno scritto sulla solitudine della strada, sulla delusione di quando lo spettacolo è finito. Come funziona per te?
Se potessi farti un breve quadro della situazione, ti direi che do la massima attenzione al comfort e alla salute. Ho passato anni a provare i modi di sopravvivere in maniera ideale on the road. Riuscire a controllare gli aspetti che di solito sfuggono ha avuto effetti miracolosi per me personalmente, cose come avere il mio bagno, una camera da letto, una cucina, un gabinetto. Ecco perché ho comprato un pullman per il tour. Ma prima che avessi queste cose avevo un sistema scientifico: un letto nella parte posteriore della mia auto, un frigo con del cibo e facevo sempre la spesa nei negozi di cibo salutista. Avevo un piccolo scaldabagno con la spina infilata nell’accendisigari e mi preparavo zuppa di miso mentre viaggiavo. Avevo una scatola di piatti che mi portavo nella stanza dell’albergo, scaldavo un fornello e mi preparavo riso e verdure per cena.
Poi avevamo mazze da baseball e guantoni. Chiunque guidasse per me doveva amare il baseball, perché ci fermavamo nelle aree di sosta e facevamo due lanci a softball finché non eravamo sfiniti. Un giorno o l’altro probabilmente potrei scrivere un libro con tutte le mie dritte…
Quando sono in tour non ho assolutamente possibilità di fare visite turistiche: sono troppo stanca e in un giorno non ci sono ore a sufficienza. Vai dalla macchina all’hotel, dall’hotel al sound check e allo spettacolo. Ecco cos’è, non è una vacanza.
Mi piace pensare al fare spettacoli, viaggiare e registrare come ad “andare in ufficio”. Non credo di poter vantare alcun merito in più, per qual che faccio, di chiunque faccia un lavoro, e naturalmente ho le stesse avversità e gli stessi problemi di quanti escono per andare a lavorare.
Certi giorni preferiresti startene a casa con i piedi all’aria, certi altri hai mal di testa, altri stai male da cani. Ma ci sono anche degli stimoli… se potessi spiegare la forza che il pubblico mi dà, riuscirei a convincerti che sul palco sono guarita da qualunque genere di disturbo, malattia, stanchezza, sofferenza. C’è qualcosa nell’amorevolezza del pubblico, e nel realizzare che quel mare di gente di fronte a me è lì perché ama la mia musica, che riempie di un senso di energia e di gioia… è quel tipo di sensazione che fa bene alle tue cellule. La gente dice sempre che sembro più giovane di quel che sono, ma non è il caso… Proprio non mi ci applico. Però credo che stare sul palco crei ogni sera nuove cellule, credo che sia così. Tiene lontane le ragnatele dal mio cervello, mi rinnova lo spirito, questa è la chiave.
Parli dei fan come se fossero i tuoi più cari amici. Cosa implica questo per te?
Ringrazierò per sempre il pubblico: senza di loro non esiste carriera. Le case discografiche non possono nulla per te senza la generosa collaborazione della gente che spende i suoi sudati denari per comprare i tuoi dischi e per ascoltarti suonare. Sono anche fortunata per il fatto che il mio pubblico è gente incredibilmente fantastica. Quasi ogni sera esco e vado al banco dei prodotti per parlare con le persone mentre firmo cd, e sono sempre stupita per la loro grande apertura, la loro gentilezza, la loro onestà e vulnerabilità. Dire che mi ha dato una spinta e mi ha dato una ragione per la mia carriera non è abbastanza. Certe persone dicono che una certa canzone le ha aiutate a spettere di bere, altre che una certa canzone gli ha salvato la vita, altre ancora piangono e dicono che quella canzone è la “loro” canzone; alcune persone mi dicono che parlo per quel che hanno nel cuore, altre che capiscono meglio il loro compagno per merito delle mie canzoni, altre mi portano regali, mi abbracciano, si confidano con me e mi parlano delle loro personali tragedie. Non mi è chiaro mai fino in fondo cosa faccio per meritarmi il loro entusiasmo, ma ho finito per sentire che questa è la ragione per cui sono qui: fare qualcosa di buono per una sola persona ogni sera. Il pubblico mi ha fatto il dono di sentirmi apprezzata, e per qualcuno che non si è mai sentito apprezzato, è un dono impagabile. (fine prima parte)
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[*] Il Sandal Shop di Allan Block era un posto piuttosto noto nel Village, a due passi dal Washington Square Park, all’incrocio fra la West 4th Street e Jones Street (nota del traduttore MaxGuitar).
[°] ”Good to the last drop” è lo storico slogan del caffé Maxwell House: l’espressione è restata nel linguaggio quotidiano come una specie di tormentone (nota del traduttore MaxGuitar).
[3] “Open mike gathering”: gli open mike show sono spettacoli in cui chi vuole, dal pubblico, può salire al microfono ed esibirsi.

