Fra il 1999 e il 2000 ho collaborato con la rivista “Late For The Sky”, che si occupa di musica e dischi del passato. Ci sono molte ragioni per cui ringraziare il cielo dell’esistenza di una rivista come LFTS, e alcune le ho spiegate qui.
Ripubblico qui una recensione che scrissi per il n. 39 della rivista
(era il 1999): il disco di Ralph McTell è uno dei dieci che porterei sull’isola deserta. A pensarci, uno dei cinque.
Prossimamente spulcerò altri articoli di quel periodo. Per chi non la conoscesse, la rivista si trova in due siti. Una pagina è questa: http://www.blackdiamondbay.it/htm/home.html (partendo da lì c’è anche la possibilità di abbonarsi o acquistare copie arretrate) e l’altra è: http://www.rootshighway.it/late/late.htm. Anche lì, informazioni sull’ultimo numero e su come portarsi a casa la rivista.
Saluto Roberto Anghinoni, chissà che prima o poi…
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RALPH McTELL: “Water of dreams”
(1982, Mays Records, l.p. TG 005)
Autore e chitarrista di culto, Ralph McTell appartiene a quella piccola cerchia di rari musicisti che, se per meriti artistici si sono guadagnati l’attenzione del pubblico più sensibile, per l’onestà e la sincerità con la quale hanno attraversato mode e tendenze ne hanno conquistato il cuore. Ogni suo nuovo lavoro è salutato non solo con l’apprezzamento che si riserva ad un artista di rilievo, ma anche con il rispetto e la riconoscenza che si devono ad un uomo che non ha mai tradito se stesso.
McTell scelse la strada della musica quando, adolescente, ascoltò Ramblin’ Jack Elliott cantare “San Francisco Bay Blues”. Attraverso di lui conobbe Woody Guthrie, Sonny Terry, Blind Boy Fuller, Blind Blake, Rev. Gary Davis, e decise di darci dentro con la sua chitarra fino a che non fu in grado di dare, come dice egli stesso, “una passabile idea di Woody Guthrie e una passabile idea di Ramblin’ Jack Elliott”: del primo apprezzava i testi e l’impegno, del secondo la “deliberata indisciplina” nel modo di suonare. Negli anni ‘60 arrivarono la prima chitarra vera ed una permanenza a Parigi, dove conobbe Gary Petersen, un chitarrista di Los Angeles che gli insegnò i propri segreti e gli permise il salto di qualità.
Di lì a qualche anno McTell avrebbe iniziato ad incidere alcuni album tra i più significativi del songwriting d’oltremanica, ed avrebbe trovato un amico ed un estimatore in Christy Moore, con cui condivide radici musicali e rigore intellettuale.
“Water of dreams” sin dalla copertina (spartana ed essenziale, con una bella foto scattata da Guido Harari al cordiale faccione di McTell) possiede la magia di quei dischi che non hanno bisogno di grandi budget per entrare per sempre nel cuore di chi sa ascoltare. Una primadonna della musica inglese (Richard Thompson), un chitarrista coi controfiocchi (Albert Lee) e perfino una vecchia volpe del music business (Phil Collins) forniscono il loro contributo all’album senza protagonismi, mettendosi umilmente al servizio del progetto di un autore al quale, mi piace immaginare, si avvicinano con lo stesso affettuoso rispetto che da sempre nutre nei suoi confronti chi vi scrive. Le dodici canzoni dell’album, in cui spiccano la voce profonda e calda di McTell e la sua perizia strumentale, sono le tappe di un itinerario dell’anima tra l’amore e l’amicizia, tra la gioia ed il rimpianto, tra ballate folk e passione per il vecchio blues.
Ci sono tutti i suoi amori musicali: la cover di “I Want You”, privata delle spigolosità dylaniane, mostra tutta la sua accorata dolcezza; “Hands of Joseph” parla di Joseph Spence – chitarrista verso cui molti, da Ry Cooder allo stesso McTell, non perdono occasione di dichiarare un grande debito di riconoscenza – e delle sue grandi mani: mani callose da carpentiere, mani di chi lavora duro tutto il giorno, di chi ha imparato bene il proprio mestiere, ma con altrettanta padronanza suona la chitarra per trasmettere gioia e fiducia a chi lo ascolta (tale è la venerazione di McTell nei confronti del vecchio chitarrista delle Bahamas che nel ‘94 sarà scontata la sua partecipazione ad “Out on the rolling sea”, sfaccettato disco tributo dedicato alla musica di Spence).
“Geordie’s on the road again” è un delicato omaggio ad un amico che viaggia per il mondo e lavora dove può. La tromba di Howard Evans evoca un clima d’altri tempi ed accresce l’effetto nostalgico; è una canzone sul viaggiare, su quell’incontenibile bisogno che porta l’uomo a muoversi, sulla lontananza e sull’attesa di incontrarsi di nuovo.
Ancora un amico, questa volta con qualche grattacapo, è quello cui è dedicata la conclusiva “Song for Martin” (“…non lasciate Martin da solo, stasera, solo perché sembra che stia bene…”), ma non c’è spazio per la depressione: l’amicizia lenisce molte piaghe. E d’altra parte, meglio di chiunque altro lo spiega lo stesso Ralph McTell parlando di sé: “non mi piacciono le tonalità minori… anche se le mie canzoni trattano talvolta di tristezza, c’è sempre una nota di ottimismo”, in ciò dichiarandosi ancora una volta seguace di Woody Guthrie e del blues.
Cosa aggiungere? Se non vi siete ancora imbattuti in Ralph McTell, e se dopo aver letto queste righe vi state mangiando le mani per essere stati tanto sbadati, questo potrebbe essere uno dei dischi (provate a cercare negli usati: ce n’è di matti, in giro…) attraverso i quali accedere all’arte di un cantore che, se non siete fatti di travertino, in più di un momento della vostra vita avrà qualcosa da dirvi. Perché ciò che ce lo fa sentire vicino è il grande dono di quei poeti (piccoli o grandi: la differenza, in fondo, sta soprattutto in chi ascolta) davanti ai quali ti capita di pensare con sorpresa e con gioia: “ehi, ma sta parlando di me!”.
Max Giuliani

